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Dalio gela l’ipotesi BTC nelle riserve delle banche centrali

Ray Dalio vede nella tracciabilità di Bitcoin un limite per le riserve delle banche centrali, nonostante l’interesse di società e istituzionali.

Paolo Ferrari
Paolo Ferrari · Trader & Founder · Milano, 1980
2 min di lettura news
Dalio gela l’ipotesi BTC nelle riserve delle banche centrali

Bitcoin resta un possibile bene di riserva per aziende e investitori istituzionali, ma non per le banche centrali: almeno secondo Ray Dalio. Il fondatore di Bridgewater Associates, che detiene anche esposizione personale alla criptovaluta, ha sostenuto che la trasparenza della rete rende i movimenti troppo osservabili e quindi poco adatti alle riserve ufficiali, come CoinDesk ha riportato martedì 12 maggio.

Il punto sollevato da Dalio riguarda una caratteristica spesso presentata come un vantaggio: il registro pubblico. La rete funziona come un sistema da pari a pari nel quale ogni trasferimento viene registrato in modo permanente e consultabile; per un inquadramento generale dell’asset e del suo funzionamento, resta utile la nostra pagina dedicata a Bitcoin. Secondo la ricostruzione di CoinDesk, Dalio ha osservato che questa esposizione rende le transazioni monitorabili e, potenzialmente, controllabili.

La questione non è l’identità immediata di chi possiede un portafoglio, ma la possibilità di seguire i flussi. Gli indirizzi sulla rete sono pseudonimi, non direttamente associati a nomi e cognomi, ma gli esploratori di blocchi permettono di visualizzare la cronologia di un indirizzo e le società di analisi della catena, insieme alle autorità, possono talvolta collegare movimenti e soggetti reali, ha ricordato CoinDesk. Per una banca centrale, questo significherebbe accumulare un bene le cui movimentazioni potrebbero essere osservate in tempo reale da chiunque.

Il ragionamento di Dalio arriva mentre l’adozione societaria continua a essere uno dei temi ricorrenti del mercato. La distanza tra tesorerie private e riserve pubbliche è evidente: le imprese possono presentare l’accumulo di BTC come scelta strategica o patrimoniale, mentre le banche centrali devono gestire anche riservatezza operativa, relazioni geopolitiche e percezione dei mercati. Nei giorni scorsi abbiamo segnalato, ad esempio, che Strategy è tornata ad accumulare BTC, un caso che si muove però su un piano diverso da quello delle istituzioni monetarie.

La trasparenza della catena è quindi un’arma a doppio taglio. Per i sostenitori dell’ecosistema, la possibilità di verificare le transazioni rafforza la fiducia e riduce l’opacità tipica dei sistemi finanziari tradizionali. Per una banca centrale, però, la stessa verificabilità pubblica può trasformarsi in un vincolo: l’eventuale costruzione o riduzione di una posizione sarebbe più difficile da mantenere riservata rispetto ad altri strumenti usati nelle riserve, come valute estere o titoli sovrani.

Dalio non ha messo in discussione il fatto che società e investitori istituzionali abbiano mostrato interesse per l’asset, elemento evidenziato anche da CoinDesk. La sua tesi è più circoscritta: la natura pubblica della rete potrebbe spiegare perché le autorità monetarie non stiano guardando alla criptovaluta come a un bene da detenere in bilancio. In un mercato che discute spesso di scarsità digitale e copertura dall’inflazione, il tema della riservatezza torna così al centro del confronto sull’uso istituzionale degli asset digitali.

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