Microsoft difende la spesa IA: i data center già venduti dividono Wall Street
Gil Luria di D.A. Davidson vede domanda reale per l'IA, ma avverte: i flussi di cassa non mostrano ancora tutti i ritorni delle Big Tech.

Microsoft e le altre grandi società tecnologiche provano a convincere Wall Street che la corsa ai data center per l’intelligenza artificiale non è solo una spesa difensiva. Gil Luria, responsabile della ricerca tecnologica di D.A. Davidson, ha descritto il nodo come un problema di tempi: le aziende dicono che la domanda è già visibile, mentre gli investitori guardano ancora a flussi di cassa sotto pressione. 24/7 Wall St. ha riportato che, nell’intervista del 10 luglio, Luria ha indicato le grandi piattaforme statunitensi come società che stanno già vendendo capacità prima ancora di completare le infrastrutture.
Il punto centrale riguarda il divario tra ritorni attesi e numeri contabili: la spesa è immediata, mentre l’effetto sui ricavi e sulla generazione di cassa arriva con ritardo. Nel caso di Microsoft, il dato più osservato è il raddoppio della spesa in conto capitale a fronte di margini operativi ancora al 46%. Il mercato continua però a chiedersi quanto a lungo questi livelli possano reggere se gli investimenti in server, energia e infrastrutture continueranno a crescere.
Il titolo scambia a 385,07 dollari, in rialzo dello 0,18% nelle ultime 24 ore. Il confronto riguarda anche Amazon, con AWS che ha registrato una crescita del 28%, la più rapida in 15 trimestri secondo i dati citati da 24/7 Wall St. Per Luria, il segnale è rilevante perché mostra che la domanda aziendale per capacità di calcolo non è rimasta confinata alle aspettative degli analisti, ma si sta traducendo in utilizzo effettivo dei servizi in nuvola.
Un altro elemento richiamato riguarda OpenAI e Anthropic, il cui tasso annuo di ricavi sarebbe salito da 20 miliardi a 75 miliardi di dollari in sei mesi. Questa accelerazione viene letta come una prova della domanda reale per applicazioni di intelligenza artificiale generativa, ma non elimina il problema dei costi iniziali. È lo stesso tema emerso nella nostra analisi su Big Tech e nuovo debito legato all’IA, dove il finanziamento degli investimenti è diventato una variabile chiave per Wall Street.
Il lato meno favorevole del quadro arriva da Alphabet. 24/7 Wall St. ha indicato che il flusso di cassa libero del gruppo è sceso del 47% su base annua, nonostante Google Cloud sia cresciuta del 63%. È il tipo di compressione che Luria considera cruciale: la domanda può essere solida, ma la redditività immediata resta penalizzata dalla costruzione accelerata di nuova capacità.
Il mercato obbligazionario sta già misurando questa fase di espansione. Nei giorni scorsi abbiamo segnalato come Amazon cerchi 25 miliardi per l’IA, un’operazione che conferma quanto la corsa infrastrutturale stia incidendo anche sulle scelte di finanziamento. Per gli investitori che seguono le migliori azioni da comprare, il punto non è soltanto la crescita dei ricavi, ma la qualità dei ritorni sul capitale impiegato.
La catena dell’intelligenza artificiale resta comunque più ampia dei soli fornitori di servizi in nuvola. La domanda di server, memorie e reti ha alimentato movimenti importanti anche nei semiconduttori, come visto nel caso di SK Hynix e la corsa alle memorie. Allo stesso tempo, la fame di energia dei data center mantiene aperto il dossier sulla rete elettrica statunitense, già evidenziato dall’allarme di Bank of America sul deficit elettrico Usa.
Per Wall Street, la domanda non è più se l’intelligenza artificiale stia generando interesse commerciale, ma quando i ritorni diventeranno pienamente leggibili nei bilanci. Finché la visibilità sui ritorni resterà inferiore alla velocità degli investimenti, il premio assegnato alle Big Tech continuerà a dipendere dalla fiducia nella durata del ciclo IA.