Armstrong: politica dietro lo stop al Clarity Act, intesa al 95%
Brian Armstrong afferma che il Clarity Act si è fermato per ragioni politiche, non tecniche: ora il dossier resta ai regolatori Usa.

Brian Armstrong, amministratore delegato di Coinbase, ha attribuito alla politica lo stop al Clarity Act, la proposta statunitense pensata per definire meglio le regole sugli asset digitali. Nel Daily Wolf con Scott Melker, Armstrong ha sostenuto che il testo contenesse circa il 95% delle richieste considerate accettabili da entrambe le parti, ma che sia mancata la spinta bipartisan necessaria per portarlo oltre l’impasse. Il passaggio è rilevante perché il Clarity Act era visto da una parte dell’industria come uno dei tentativi più concreti per ridurre l’incertezza normativa negli Stati Uniti.
Per gli operatori legati a Bitcoin, agli scambi centralizzati e ai servizi di custodia, la distinzione tra strumenti assimilabili a materie prime digitali e strumenti soggetti a regole sui titoli finanziari resta un punto centrale della partita regolatoria. Armstrong non ha descritto la battuta d’arresto come un problema tecnico del testo, ma come il risultato di una mancanza di cooperazione politica. La sua lettura sposta l’attenzione dal contenuto della legge al clima del Congresso, dove anche un dossier con ampie convergenze può arenarsi se il tema diventa parte dello scontro tra schieramenti.
Con il provvedimento fermo, il settore guarda ora alle autorità federali e alla CFTC, chiamate a incidere attraverso interpretazioni, atti amministrativi e vigilanza. È uno scenario che gli investitori seguono da vicino anche nella nostra guida al trading di criptovalute, perché la regolamentazione può cambiare costi operativi, accesso al mercato e grado di rischio percepito dagli intermediari. Il tema si inserisce in una fase in cui il mercato delle criptovalute resta sensibile sia alla politica monetaria sia alle decisioni normative.
Nei giorni scorsi abbiamo segnalato come Bitcoin a 76.069 dollari e Cipher in Texas abbiano riportato l’attenzione su energia, minatori e condizioni finanziarie, mentre il caso Strategy e dividendi da 500 milioni ha mostrato quanto l’esposizione societaria a Bitcoin possa amplificare le discussioni sul rischio. Per gli Stati Uniti, l’assenza di una cornice legislativa organica lascia aperto il confronto tra regolazione tramite legge e regolazione tramite enforcement. Per una società quotata come Coinbase, che ha costruito gran parte della propria narrativa pubblica sulla richiesta di regole più leggibili, il blocco del Clarity Act rappresenta anche un tema competitivo rispetto ad aree dove il quadro normativo è già più avanzato.
L’angolo europeo resta indiretto ma non secondario: con il regolamento MiCA, l’Unione Europea ha già imboccato una strada più codificata per emittenti e fornitori di servizi su cripto-attività. La distanza tra approccio europeo e stallo statunitense può influire sulla scelta delle sedi operative, sulla liquidità disponibile e sul modo in cui gli investitori istituzionali valutano l’accesso agli asset digitali. Resta da capire se il dossier potrà tornare in agenda con un nuovo compromesso o se il settore dovrà convivere ancora con una regolamentazione frammentata.
Intanto, dopo il rafforzamento dell’attenzione sui dati di mercato evidenziato dal round di Kaiko con S&P e BNP Paribas, la richiesta di maggiore chiarezza normativa rimane uno dei punti più sensibili per l’intera filiera cripto.